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La frammentazione del mercato unico europeo è emersa come la principale barriera alla competitività della ricerca e dell’innovazione nel continente, ben oltre le discussioni sul futuro di Horizon Europe o sull’istituzione del nuovo Fondo per la Competitività (ECF). Questo è il messaggio chiave espresso da Christian Ehler, eurodeputato del Partito Popolare Europeo, e da Marc Lemaître, direttore generale per la ricerca e l’innovazione della Commissione Europea, durante la conferenza annuale di Science|Business del 5 febbraio.

Secondo il Parlamento europeo, la mancanza di un vero spazio unico per l’innovazione limita la possibilità di trasformare risultati scientifici di eccellenza in soluzioni industriali e commerciali su scala continentale. Le differenze normative e regolatorie tra Stati membri continuano infatti a rallentare investimenti, sperimentazioni e diffusione delle tecnologie, rendendo meno efficace qualsiasi programma di finanziamento, anche se ambizioso sul piano delle risorse.

Una posizione condivisa dalla Commissione europea, che ha ribadito come la questione non sia principalmente finanziaria, ma strutturale e regolatoria. In questo contesto, viene rilanciata l’importanza di iniziative come la Capital Markets Union, considerata uno strumento chiave per facilitare la circolazione transfrontaliera di investimenti e risparmi, superando la logica dei mercati finanziari nazionali. Il tema ha acquisito nuovo slancio nel 2024, anche alla luce dei rapporti sulla competitività europea che hanno evidenziato la necessità di un’integrazione più profonda.

Un altro nodo cruciale riguarda l’impostazione dei finanziamenti europei alla ricerca e innovazione, che secondo la Commissione dovrebbero concentrarsi maggiormente sulle fasi finali di sviluppo e sulla messa in opera delle tecnologie. Attualmente, la maggior parte dei fondi è destinata alla ricerca collaborativa che copre livelli intermedi di maturità tecnologica, ancora distanti dall’ingresso sul mercato. Questo squilibrio riduce l’impatto economico e sociale complessivo degli investimenti europei.

Emergono inoltre criticità nella gestione delle call: troppe procedure con pochi progetti finanziati e risorse limitate. Una possibile evoluzione del prossimo Programma Quadro potrebbe prevedere meno bandi, ma con un numero maggiore di progetti finanziati per ciascuna call, rendendo più efficiente l’allocazione delle risorse. I dati mostrano come i progetti collaborativi UE abbiano in media un valore di circa 4 milioni di euro su quattro anni, distribuiti tra numerosi partner, con risorse spesso insufficienti per sostenere un reale salto di scala.

Nel dibattito sul futuro assetto dei programmi, resta aperta anche la questione del rapporto tra il successore di Horizon Europe e il Competitiveness Fund, pensato come strumento complementare e strettamente connesso. La governance e le modalità di coordinamento tra i due strumenti non sono ancora definite e saranno oggetto di confronto con istituzioni, Stati membri, industria, investitori e comunità della ricerca.

Infine, si apre una riflessione sul futuro dell’European Institute of Innovation and Technology (EIT). Pur riconoscendo il valore di alcune Knowledge and Innovation Communities, viene messa in discussione l’attuale collocazione istituzionale dell’EIT e l’efficacia complessiva del modello, con l’ipotesi di una revisione profonda e selettiva delle KIC esistenti. La Commissione ha annunciato che una valutazione più approfondita arriverà entro la fine dell’anno.